"BELLA CIAO"? UN'INVENZIONE DEL DOPOGUERRA

I PARTIGIANI CANTAVANO "FISCHIA IL VENTO"

 

“Bella ciao” è oggi il simbolo musicale più noto della Resistenza antifascista italiana, ma la sua storia è più complessa di quanto si creda. Le sue origini sono incerte: probabilmente nasce come canto popolare rielaborato nel dopoguerra, con possibili legami con i canti delle mondine, ma non esistono prove solide di una sua diffusione significativa tra i partigiani durante la lotta armata (1943-1945). Secondo l'Associazione Nazionale Partigiani Italiani (ANPI) Bella ciao "divenne inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra [...] è diventato un inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi". 

 

Gli stessi estensori della proposta di legge di Bella ciao come inno istituzionale del 25 aprile evidenziano che la canzone, nella forma che oggi tutti conosciamo, non è presente in nessun documento anteriore agli anni 1950 tanto da non comparire in nessuna raccolta di canti partigiani di quegli anni, come il Canta partigiano edito da Panfilo a Cuneo nel 1945, le varie edizioni del Canzoniere italiano di Pasolini o le riviste (come Folklore nel 1946) "Se la canzone è riconducibile, in forma embrionale, ad alcuni canti popolari […] la forma definitiva che tutti conosciamo compare invece diversi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale".

 

Alcuni sostengono che la prima pubblicazione del testo oggi cantato sia avvenuta nel 1953 sulla rivista La Lapa, per poi essere pubblicato su l'Unità nel 1957.

Quel che è certo è che la sua conoscenza si è diffusa soltanto dopo il Festival di Spoleto del 1964 a cui molti attribuiscono la prima versione della ballata come la conosciamo ora e che oggi viene cantata associandola idealmente al movimento partigiano.

 

Anche il noto giornalista, ex partigiano e storico della lotta partigiana, Giorgio Bocca affermò pubblicamente: «Bella ciao … canzone della Resistenza, e Giovinezza … canzone del ventennio fascista … Né l'una né l'altra nate dai partigiani o dai fascisti, l'una presa in prestito da un canto dalmata, l'altra dalla goliardia toscana e negli anni diventate gli inni ufficiali o di fatto dell'Italia antifascista e di quella del regime mussoliniano … Nei venti mesi della guerra partigiana non ho mai sentito cantare Bella ciao, è stata un’invenzione del Festival di Spoleto».

 

Il grande storico della canzone italiana Cesare Bermani ritiene invece che Bella ciao sia esistita già durante la guerra (inno dell'abruzzese Brigata Maiella) ma concorda che la sua diffusione nel periodo della lotta partigiana fosse minima, affermando che essa sia "l'invenzione di una tradizione" e che «a metà anni '60, il centrosinistra al governo ha puntato su Bella ciao come simbolo per dare una unità posteriore al movimento partigiano».

 

IL VERO CANTO DI LOTTA

 

Come è riportato nel testo di Roberto Battaglia "Storia della Resistenza italiana", era Fischia il vento, sull'aria della famosa canzone popolare sovietica Katjuša, che divenne l'inno ufficiale delle Brigate partigiane Garibaldi.

Scritto nel 1943 da Felice Cascione, le sue parole parlavano apertamente di lotta, sacrificio e rivoluzione, riflettendo il clima reale della guerra partigiana.

Questo il testo della versione più diffusa:

 

«Fischia il vento, urla la bufera,

scarpe rotte e pur bisogna andar

a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell'avvenir.

A conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell'avvenir.

 

Ogni contrada è patria del ribelle,

ogni donna a lui dona un sospir,

nella notte lo guidano le stelle,

forte il cuor e il braccio nel colpir.

Nella notte lo guidano le stelle

forte il cuore e il braccio nel colpir.

 

Se ci coglie la crudele morte,

dura vendetta verrà dal partigian;

ormai sicura è già la dura sorte

del fascista vile e traditor.

Ormai sicura è già la dura sorte

del fascista vile traditor.

 

Cessa il vento, calma è la bufera,

torna a casa il fiero partigian,

sventolando la rossa sua bandiera;

vittoriosi, al fin liberi siam!

Sventolando la rossa sua bandiera,

vittoriosi al fin liberi siam!»

 

UN CASO DA TOTALITARISMO "LIBERALE"

 

Perché oggi tutti conoscono Bella ciao e pochissimi ricordano Fischia il vento? Per la stessa ragione per cui si è imposto l'antifascismo liberale da passerella del PD rispetto all'antifascismo di classe che caratterizza il vero movimento comunista. 

Il fenomeno va letto - in chiave critica verso l’egemonia culturale nelle democrazie liberali - come una selezione simbolica che premia i testi più universalizzabili. 

“Bella ciao” ha un lessico meno connotato politicamente e più facilmente esportabile; “Fischia il vento”, legata alle brigate garibaldine e a un immaginario di lotta di classe, resta più circoscritta. In questo senso, il “totalitarismo liberale” non agisce come censura esplicita, ma come filtro: privilegia narrazioni concilianti, attenua i contenuti conflittuali e rende egemone ciò che è più compatibile con un racconto pubblico inclusivo. Il risultato è uno spostamento del canone: non una cancellazione, ma una marginalizzazione progressiva di ciò che è più esplicitamente politico.

Rimettere le cose al loro posto non significa ripudiare “Bella ciao”, ma ridimensionarne il ruolo, mostrando come questa canzone sia stata strumentalmente usata per rafforzare un'operazione di revisionismo storico che reinterpretato l'antifascismo in senso più moderato e liberale, dimentico della lettura marxista e dello spirito rivoluzionario incarnato dal vero inno del movimento partigiano. L'auspicio è che tutti i compagni tornino a cantare Fischia il vento in ogni corteo del 25 aprile.

 

[Seguici e aiutaci a diffondere i nostri canali I Maestri del Socialismo su Facebook, Instagram e soprattutto Telegram - https://t.me/intellettualecollettivo. 

Info e materiali su Intellettualecollettivo.it e Storiauniversale.it]

 

Aprile 2026